Pubblicazione “Ritratti di Flavio Chiesa”

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La pubblicazione

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A questo link puoi vedere una parte dei ritratti realizzati.

Prefazione Pubblicazione

Arte e fotografia: un binomio scomodo, un accostamento, specie in passato, non semplice ed ancora oggi talvolta guardato con diffidenza. Non è forse vero – si sente affermare – che tutta la storia dell’arte contemporanea dall’Impressionismo in poi, con le avanguardie, con l’astrat-tismo, altro non è stata che una grande, meravigliosa fuga dall’illusione del vero che, in parallelo, scienza e tecnica con i loro inesorabili strumenti portavano a sviluppo con la fotografia? Ma se anche così fosse, questo non sarebbe altro che un ulteriore merito della fotografia, un fatto che di per sé non è in grado di negare la concreta, cristallina possibilità di questa disciplina di farsi arte.

Ed è suggestiva la memoria che ci ricorda come la prima esibizione del gruppo di pittori impressionisti fu ospitata, il 15 aprile 1874, proprio nello studio di un fotografo, Nadar, al numero 35 di Boulevard des Capucines a Parigi. Come ad indicare una comunanza di intenti, una simultaneità della visione alla radice dei due percorsi.

Per questo, nel rispetto dell’autonomia di questi due potenti universi espressivi – per quanto spesso simili a vasi comunicanti – e nella evidente constatazione di una grande diversità di mezzi e prospettive, ci piace entrare nell’opera del
fotografo Flavio Chiesa lasciando che ad introdurci siano le parole di Paul Klee, pittore quanto più lontano da ogni realismo fotografico: “l’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”. Così affermava l’elve-
tico, e la sua lezione troviamo declinata nelle immagini che ci regala Chiesa.

Questo non deve sembrarci un paradosso, bensì la chiave di lettura per affrontare una galleria di ritratti contemporanei che ben possono essere interpretati e vissuti come ponti per un ritratto della contemporaneità. Chi sono gli uomini e le donne che ci racconta il fotografo? Sono sguardi, sono gesti, sono parole e pensieri che quasi possiamo toccare.

Li incontriamo dentro una quotidianità che ce li fa immediatamente percepire come famigliari. Perché è, la loro, la quotidianità di ognuno, l’oggi che tutti noi esperiamo. Ancora una volta, ricorre efficacemente il parallelo con la pittura: non è stata questa stessa volontà di catturare un frammento di vita, di contemporaneità ad animare tante straordinarie tele di impressionisti,
macchiaioli, divisionisti e degli altri protagonisti delle stesse avanguardie tra le due guerre? Un’indagine psicologica, uno sguardo sociologico la cui necessità di giudizio è tuttavia meno impellente che, poniamo, nei ritratti pregni di
drammaticità di un Pellizza da Volpedo o un Lorenzo Viani, ma che assomiglia piuttosto al vivo desiderio di porsi in sintonia con il palpitare del “cuore del proprio tempo” di un Degas, di un Seurat.

La galleria di “personaggi contemporanei” di Flavio Chiesa ha per protagonisti liberi professionisti con gli strumenti, spesso informatici, del loro mestiere, giovani donne dalla pelle tatuata, ragazzi intimamente legati alla loro passione, sia essa una chitarra elettrica od una Harley. La fotografia, quando riesce a catturare l’essenza di ciò che ritrae – e può anche essere un paesaggio, una natura morta, un frammento urbano – immediatamente mostra molto di più, esattamente come sosteneva Klee. Questo vale soprattutto per il ritratto, poiché intravedere l’“essenza” di una persona non può non attivare immediate reazioni, emotive e psichiche, in ognuno di noi. “L’arte ci attrae solo per ciò che rivela del nostro io più intimo”: a sostenere ciò, non un pittore bensì un regista cinematografico, Jean-Luc Godard, che ci suggerisce così nuovi stimolanti paragoni.

Destini simili, infatti, quelli di fotografia e cinema, sorta di “fotografia in costante movimento”: inizialmente prodigi scientifici, poi quasi strumenti meccanici di riproduzione dal vero (si pensi all’uso didascalico che i fratelli Lumiere fecero della loro invenzione) quindi discipline che faticosamente assurgono ad arte, attraverso una fase di radicale sperimentazione avanguardista (tanto Ejzens.tejn e Bunuel nelle sale quanto Moholy-Nagy e Man Ray nella camera oscura) che sfocia negli anni ’40 e ’50 nella definizione di un linguaggio nobile, un canone classico quasi, dal quale partire per nuove ricerche. Nelle quali, è in entrambi i campi la rivoluzione digitale a dominare gli ultimi anni.

Così è anche per Flavio Chiesa, per il quale il computer è fido alleato nel delineare inediti orizzonti espressivi. Il risultato più evidente è l’uso esplosivo e versatile del colore, strumento fortemente connotativo di situazioni psicologiche e dell’atmosfera nella quale vive ogni ritratto, ogni personaggio. Spesso il suo calore sgrana i contorni, satura l’ambiente, pone l’accento su dettagli imprevisti.

Crea movimenti improvvisi e repentini, tuttavia mai casuali o caotici, bensì sempre rispondenti a precise situazioni, al distendersi di un equilibrio “dialogico” tra il protagonista del ritratto, il suo autore e noi, osservatori, esterni ma proiettati con forza nella quotidianità di queste persone, non maschere vuote in rappresentazioni di maniera ma spiriti vitali che riconosciamo come autentici.

Ecco quindi che la schietta ospitalità di un bartender (Rino) riscalda di rosso e di giallo l’intera sala, mentre atmosfere non meno crepitanti ma più multiformi si prestano meglio a raccontare la mente vivace di un intellettuale (Fausto) nel suo habitat naturale, tra volumi d’arte e sigaro in bocca. Il gioco sembra farsi garbata citazione in scatti come Maria Teresa, nel quale la scelta vira verso un uso quasi pastellato del colore ed il tutto sembra quasi volerci richiamare alla memoria di tavole francesi di fine Settecento – inizio Ottocento.

Dove la tavolozza digitale si fa invece più rarefatta, le tonalità più rigide, l’interesse degli “scavi psicologici” di Chiesa prende la direzione delle più private irrequietudini dell’animo, nel violetto del maglione di Elia, nel nero vuoto e cupo dello spazio attorno alla sua figura, nel verde malinconico che ravviva il suo sguardo pieno. Altrove, è invece vera e propria esplosione di vitalismo, come in Sandra, fulcro di una composizione di sapore quasi futurista, con boccioli, foglie, spine di un roseto che collassano verso un piano di fuga indefinito in rapidissima dissolvenza.

È insomma la fotografia per Flavio Chiesa un luogo d’incontro, un terreno fertile di contaminazione, un laboratorio nel quale felicemente sperimentare la libertà postmoderna di far convivere epoche e stilemi, cultura alta e quotidianità,
analisi introspettiva e gioco di rimandi e di richiami.

Un piglio fresco e genuino, sgargiante, in una parola pop – non si sbaglia infatti nel percepire in filigrana talvolta anche qualche suggestione wharoliana –, e chissà, magari anche una indiretta, personalissima risposta alla vocazione della grande fotografia odierna, ormai finalmente pienamente sdoganata e importante protagonista di musei, collezioni, volumi di pregio, con interpreti di assoluto valore, tra i quali è obbligo citare l’“apripista” Ansel Adams, Cindy Sherman, Gregory Crewdson, Irving Penn, Richard Avedon (questi ultimi due grandissimi ritrattisti dell’uomo moderno), ma forse troppo preoccupata a ribadire e costantemente affermare la sua dignità artistica recentemente e faticosamente acquisita, sofisticatamente impegnata in linguaggi e stilemi sempre più ricercati, in un gioco intellettuale intrigante ma che rischia, paradossalmente, di rivelarsi elitario. Come certamente non è e non vuole essere Flavio Chiesa con le sue immagini, specchio assolutamente efficace ed immediato della nostra realtà, specchio perciò nel quale non possiamo fare a meno di trovarvi dei
nostri stessi riflessi.

GIAN PIERO RABUFFI